Il libro si può ordinare in una libreria Feltrinelli o sul sito www.lafeltrinelli.it/



giovedì 17 marzo 2011

COS'E' LA PARTNERING EDUCATION?


La partnering education è quando i professori vedono i loro allievi come partner nel processo di apprendimento, con capacità diverse ed uguali.
Il primo step nel partnering è chiedere, domandare, porre interrogativi (socratici) e fare in modo che gli alunni cerchino le risposte, le organizzino in una veloce presentazione e ne discutano in gruppo. Questa è la base, poi ci sono altre strategie. Includere virtualmente nel gruppo di studio  studenti che sono fisicamente in altre classi per condividere gli stessi argomenti studiati con libri di testo diversi. Cercare sempre nuovi strumenti per studiare una materia (es. Google Earth per geografia). Approcciarsi agli argomenti attraverso simulazioni o giochi che coinvolgano tutta la classe. Fare in modo che gli studenti cerchino soluzioni reali a problemi reali. Uscire con la classe fisicamente o virtualmente ogni volta che sia possibile.


Da "Teaching digital natives" di Marc Prensky

mercoledì 16 marzo 2011

BANDIERE


E' bella la bandiera tricolore,
e sboccia al sole come sboccia un fiore.
Ma le bandiere sono tutte belle, fatte per sventolare insieme come sorelle...
l'italiana, l'inglese, la francese, la russa, la cinese,
e quella di Maometto
mille più mille bandiere
a braccetto.

G.Rodari

(Dal quadernone di mio figlio, e sotto c'era il disegno della bandiera. )
I nativi digitali: mille bandiere a braccetto, tutti uguali e di colori diversi...


martedì 15 marzo 2011

INSEGNARE AD IMPARARE



Reuven Feuerstein ha dedicato la sua vita ad "insegnare ad imparare". Psicologo israeliano, ha fondato a Gerusalemme l’Icelp (International Centre for Enhancement of Learning Potential), dove applica le sue teorie su ragazzi e adulti con difficoltà cognitive. Gli è stato chiesto di spiegare in cosa consistesse la sua teoria della modificabilità cognitiva.
 Feuerstein:
“Significa che le strutture cognitive possono cambiare. Non solo il cervello influenza il comportamento, ma anche viceversa. Lo dicevo già nel 1945, ora è confermato dai nuovi test, che mostrano l’organo in attività in tempo reale. Le analisi evidenziano che i comportamenti nuovi si ripercuotono sul cervello; quelli consolidati, addirittura, producono mutamenti permanenti. Diversamente dalla scienza, che analizza un elemento isolandolo, l’educazione ha un approccio olistico: comprende gli aspetti cognitivi, affettivi, motivazionali, culturali.
Questo fa sì che le cose imparate siano generalizzabili, trascendano l’immediato, diventino riutilizzabili in un’occasione del tutto diversa. Non nego la componente biologica: siamo comunità di cellule. Ma non è tutto qui: basti pensare che abbiamo appena il doppio dei geni del moscerino della frutta... Ciò che ci diversifica è la cultura, l’apprendimento mediato e i bisogni che ognuno amplia di continuo”.

Quindi i comportamenti influenzano i processi cognitivi, l'intelligenza e i comportamenti reiterati ancora di più. Come possiamo allora pensare che il fatto che i nostri figli vivano interconnessi e attaccati a videogiochi e chat non influenzi il loro modo di vedere il mondo? E noi, in questo processo di cambiamento, dove saremo?

lunedì 14 marzo 2011

Intervista di Supermamma!

http://supermamma.mammacheblog.com/2011/02/26/intervista-a-maila-paone/

PARTNERING PEDAGOGY




Nel suo libro "Teaching digital natives" che ha avuto un grande successo negli Stati Uniti, Marc Prensky parla di partnering pedagogy, di come cioè, secondo lui, dovrebbero cambiare i ruoli nella didattica. In breve, eccoli:

"Rendere gli studenti più attivi ed eguali nel processo di apprendimento è un segno di rispetto, un rispetto che tutti gli studenti cercano. Ma quali sono, nello specifico, i ruoli in partnering?"
(di seguito non traduco, per non generare equivoci, ndr)

Student as researcer
Student as technology user and expert
Student as a thinker and sense maker
Student as a world changer
Student as self-teacher

Teacher as a coach and guide
Teacher as goal setter and questioner
Teacher as a learning designer
Abandoning total control for controlled activity
Teacher as context provider
Teacher as rigor provider and quality assurer

Certo, si sente un pò dell'ottimismo americano della filosofia yes we can  (student as world changer) ma che male c'è? Ne parleremo ancora.

venerdì 11 marzo 2011

PICCOLI CITTADINI DIGITALI CRESCONO...



Non mi interessa parlare di nuove tecnologie e di come sia cambiato l'accesso al sapere. Quello che mi appassiona è studiare come si sia trasformato il sapere stesso. Come scrive Paolo Ferri, questa innovazione sociale e tecnologica non viene fuori dai programmi ma dalle storie e dalle esperienze degli user, è un ambiente fatto di conversazioni e di confronti. Cosa sarebbe You Tube senza i milioni di iscritti e chi avrebbe potuto prevederne il successo o i contenuti? Oggi sta nascendo un nuovo spazio del sapere sociale, una nuova intelligenza collettiva e connettiva. E i nostri figli in questo flusso ci stanno crescendo, anzi non conoscono altro. Vivono sempre interconnessi e amano il confronto. Se l'albergo della città dove sono stati in gita è sporco lo scrivono dopo due minuti su trip advisor e qualcuno ne terrà conto. A me tutto questo sembra bello e non mi preoccupo troppo dei possibili effetti collaterali. Sono sicura che finché un pallone esisterà sulla faccia della terra la partitella a calcio manterrà sempre il suo insostituibile fascino magnetico. Non c'è Nintendo che tenga. Mi turba di più il pensiero che noi genitori non saremo in grado di formare onesti e responsabili cittadini digitali perchè continuiamo a confrontarci con loro solo sulle dinamiche esterne al web mentre la loro vita scorre dal reale al virtuale senza alcuna soluzione di continuità. Per esempio, se io fossi un docente di scuola media farei una lezione sulle linee guida di You Tube: http://www.youtube.com/t/community_guidelines?gl=IT&hl=it. Si parla molto infatti del pericolo che i nostri figli vedano video porno o violenti ma nessuno pensa che qualcuno di loro possa pubblicarli. E visto che ogni giorno in Italia vengono caricati 500.000 video, qualcuno poco rispettoso ci sarà...

mercoledì 9 marzo 2011

UN WIKI PER OGNI CLASSE



Lavagna e gessetto, corsivo e cornicette, poesie e date, per carità, tutto bene. Le gite, il teatro, la ricreazione. Fantastico. Ma quanto sarebbe bello se anche ogni classe avesse un wiki? Guardate il link:
http://www.wikispaces.com/content/for/teachers
Il wiki di cui parlo è un posto virtuale dedicato alla didattica dove tutti gli studenti  (in questo caso fino ai 12 anni) possono postare contenuti, foto e video relativi alle materie studiate. Una naturale estensione del corso. Una stanzetta, se si vuole, privata, senza intrusioni nè pubblicità. Un ambiente dove si impara divertendosi. Non bisognerebbe avere un computer per alunno, sarebbe irrealizzabile,  in questa Italia dove i genitori sono chiamati ogni anno a stuccare e a ridipingere le classi dei figli per sopperire alla mancanza cronica di fondi. Ne basterebbe uno per l'insegnante-anche in sala riunioni- per poter ogni tanto andare a verificare l'andamento della classe-community e ad inserire i contenuti. E ci si potrebbe confrontare con i bambini e con il programma delle altre classi in un clima di gioiosa condivisione...

"I have used countless technological tools -- but I have never found a tool so useful in the educational process." Vicki Davis, Westwood Schools

lunedì 7 marzo 2011

Teaching DIGITAL NATIVES


Marc Prensky è colui che per primo coniò il termine "nativi digitali" e in America è diventato una celebrità per le sue teorie di media education. Pubblicherò alcuni estratti del suo libro, Teaching Digital Natives, in cui parla della sua teoria di  "Partnering education". Io condivido in pieno, e voi?

There is an huge paradox for educators: the place where the biggest educational changes have come is not our schools; it is everywhere else but our school...(informal learning through peers, the Internet, Youtube, television, games, cell phones, and lots of emerging opportunities). After school, no onetells kids what to learn or do. They follow their interests and passions, often becoming quite experts in the process.
...What today's kids do have a short attention span for are our old ways of learning.

WHAT TODAY'S STUDENT WANT

They do not want to be lectured to
They want to be respected, to be trusted, and to have opinions valued and count
They want to follow their own interests and passions
They want to create, using the tools of their time
They want to work with their peers on group work and project
They want to make decisions and share control
They want to connect with their peers to express and share their opinion, in class and around the world
They want to cooperate and compete with each other
They want an education that is not relevant, but real

mercoledì 2 marzo 2011

NATIVI DIGITALI e i videogiochi didattici


In America c'è una scuola, la Quest Learn di New York, dove al posto dei libri di testo si usano videogiochi, alcuni creati ad hoc dagli studenti stessi.
Per raggiungere i tuoi obiettivi devi dimostrare di avere nozioni di varie materie, per esempio per costruire una piramide devi avere competenze di matematica, geografia e storia delle religioni. Per sconfiggere gli ateniesi, da spartano, devi saperne di storia, geografia, politica pubblica.

Vivessi nella Grande Mela forse non manderei i miei figli in quella scuola. Preferisco che ancora imparino ad apprezzare  la ruvidezza della carta sotto i polpastrelli.  Però sicuramente mi piacerebbe che giocassero con quei giochi. Ogni tanto vado nei grandi negozi di elettronica cercando giochi didattici per la Wii e la Nintendo. Sono ancora pochissimi, che peccato! Non è ancora passato il semplicissimo concetto che imparare può essere divertente, può essere un gioco. Ed è anche bello che un ragazzo possa realizzare un video utile per la scuola anche da solo. Sarebbe una  sfida coinvolgente per una classe: "creiamo insieme un videogioco sulla seconda guerra mondiale". Quanto ci scommettiamo che alla fine dell'anno sarebbe l'argomento più apprezzato?

La Yo Yo Games distribusce gratuitamente ai profani della programmazione un utilissimo tool "Game Maker" che  permette di realizzare videogiochi in maniera semplice ed intuitiva. Anche se è nato per i classici games, come pacman, o tetris, con un po' di fantasia si possono ottenere applicazioni didattiche molto utili. Aerei di carta un pò più evoluti...

lunedì 28 febbraio 2011

NATIVI DIGITALI e lo spazio

Inutile raccontarsela. Quando anche tutti gli insegnanti lo scopriranno sarà un mondo bellissimo (quello digitale interattivo etc etc)... Per esempio due classi di una scuola media di Cuneo, guidate dalla loro insegnante Lucia Vivalda, hanno scritto una mail ad un astronauta che sta girando nella sua navicella spaziale intorno alla Terra a 28.000 kilometri all'ora. E il signor Paolo Nespoli gli ha risposto con una videomail (http://www.wired.it/) in cui racconta che fa il giro della terra in un'ora e mezza e vede 16 albe e 16 tramonti al giorno. Spiega che l'assenza di gravità è una sensazione stranissima, non esiste più il peso, non c'è bisogno di zavorra, basta alzare le gambe e si vola, vuoi spostare un armadio con apparecchiature elettroniche di 400 chili? Lo spingi senza sforzo. E la cosa meravigliosa è che mentre lo dice... si vede quello che fa, come si muove nello spazio senza gravità, come fa a sedersi senza svolazzare, come fa a sedersi a testa in giù!!! Il signor astronauta conclude salutando i ragazzi e auspicando che uno di loro un giorno possa mandargli un video come questo da Marte. I libri sono i libri e si sa. Ma l'impatto emotivo di una lettera dallo spazio quanta energia creativa può liberare in questi ragazzini? Quanta voglia di essere loro i prossimi e di impegnarsi per diventarlo?
Navigate gente navigate. Come dice Buzz Lightyear, "verso l'infinito e oltre!".

venerdì 25 febbraio 2011

E' uscito il libro di Paolo Ferri su La scuola digitale

Io l'ho comprato e ve ne parlerò. Certo sarà un pochino più noioso del mio ;-)

(Sto aspettando anche l'ultimo di Marc Prensky...)

 

Indice


 IX Premessa

  1 1.   I nuovi ambienti digitali per l'apprendimento
  3 1.1. Caso
         Il Web 2.0 e i nuovi strumenti del comunicare
 10 1.2. Che cos'è la nuova rivoluzione digitale:
         la società della conoscenza e della formazione
 14 1.3. La società informazionale e il capitalismo culturale
 18 1.4. La rivoluzione crossmediale e la formazione
 19 1.5. Da Gutenberg al digitale:
         la formazione oltre il libro e oltre l'aula
 25 1.6. Quale nuova alfabetizzazione per l'ambiente digitale
         esteso della formazione?

 31 2.   Reinventare la scuola per i digital native.
         Il megacambiamento tecnologico
 32 2.1. Caso
         Da Wikipedia a Wikiversity: come la tecnologia cambia
         gli strumenti e il modo della formazione
 41 2.2. I "new millennium learner": come studiarli
 57 2.3. Gutenberg native e digital native
 60 2.4. La differenza nelle modalità di rappresentare,
         conoscere e apprendere il mondo
 73 Appendice

 77 3.   Lo spazio fisico dell'apprendimento:
         come la tecnologia può trasformare
         gli spazi della scuola
 78 3.1. Caso
         Snæfellsnes Comprehensive Upper Secondary School:
         nuovi spazi per una nuova scuola
 87 3.2. La leva tecnologica come strumento per abbattere i muri
 96 3.3. Abbattere i muri: le trasformazioni degli spazi
         cognitivi architettonici e fisici della scuola

112 4.   Cambiare le politiche scolastiche e la formazione
         degli insegnanti
113 4.1. Caso
         Il consorzio IUL per la formazione in servizio
         degli insegnanti
119 4.2. La multimedialità nella scuola italiana:
         genesi, storia e sviluppo di un'incomprensione

PS: quello che veniva dalla mia stessa città ci ha messo 10 giorni. Il libro americano...3!

sabato 12 febbraio 2011

Michelle Obama vieta Facebook alle figlie


Cara Michelle,
permettimi. Con tutta la stima e il rispetto che nutro per te, non sono d’accordo. Passi per Sasha che ha nove anni ma Malia ne ha quasi tredici: è una “signorina”. Alla sua età i suoi amici sono “tutti” su Facebook. Almeno qui in Italia, che pure di banda larga ne abbiamo pochina ma di telefonini almeno un paio a testa, i preadolescenti amano Internet più della tv e con i loro cellulari sempre più smart possono navigare a spese del wifi casalingo in qualsiasi orario, persino durante le abluzioni serali. Fermarli è impossibile. Educarli forse ancora si.
Capisco che una pagina facebook a nome Obama avrebbe tante di quelle richieste di amicizia che non resterebbe tempo a tua figlia per imparare a memoria le capitali dell’Idaho e del Wyoming però i trucchetti per rimanere in rete solo con i propri amici sono alla portata anche di Sasha, visto che è già in grado di chiedere in mandarino al Presidente cinese Hu Jintao di passarle la bottiglia dell’acqua. Anzi se non ti conoscessimo potremmo persino avere il dubbio che preferiresti che lei parlasse di massimi sistemi con potenti vari piuttosto che de Il Mondo di Patty con Mary Ann.
Non è vero che facebook fa male anzi fa proprio bene. Non c’è niente di virtuale per i nostri figli nel continuare in chat la lite avuta a scuola, nel postare link per sparlare dei professori, nel mandarsi video contro Justin Bieber, nell’esprimere le proprie emozioni di gioia o sconforto, nel cambiare il proprio stato da “single” a “impegnato”. Mi stupisco, oggi si parla di social tv, di social bank, di social art, social shopping, social games e tu vorresti che tu figlia fosse fuori dal giro dei suoi compagni di classe o di danza classica? Che non possa avere anche lei, tutelata da un certo anonimato certo, la possibilità di dire quanto sia noioso andare alle cene importanti dove non puoi alzarti da tavola, o prendere in giro daddy? E se qualcuno dovesse scoprire chi è questo padre, pazienza. Barack, tra una crisi egiziana e un accordo indio-pakistano, se ne farà una ragione. Questa è la vita normale. I ragazzi ormai non ce la fanno vivere disconnessi, senza rete, hanno bisogno di interagire, di avere riscontri, di condividere ogni emozione e passione. Sei tu quella che “non ha bisogno” di Facebook, presa da mille impegni internazionali. Malia ha altro da fare, deve crescere e per costruire il proprio sé ha bisogno anche del suo io collettivo e digitale. E a proposito, gentile Michelle, dove glielo compri un telefonino triband che però non abbia l’applicazione per Facebook, in un negozio di modernariato?
L’off limits non regge. I muri sono caduti e allora più che proibire, tanto vale educare ad un uso consapevole, etico e responsabile del mezzo. Questa si che è una bella battaglia. Nicolas Negroponte, magari lo conosci pure, il cofondatore del Media Lab del Mit di Boston, disse una volta: "I believe that learning comes from passion, not discipline”. Ed io sono sicura che vivendo nei social network si possa anche imparare non solo a relazionarsi con il prossimo ma anche a condividere i propri interessi con le persone non a noi più prossime ma più affini. E magari potrebbe anche diventare l’amica del cuore del figlio di Aisha Gheddafi…

martedì 8 febbraio 2011

Mamme 2.0 alla Social Media Week



Basta casetta del Mulino Bianco, famiglie sorridenti sedute senza fretta intorno al tavolo della colazione (a proposito, ma a che ora si devono alzare per stare tutti così tranquilli?). Le donne si sono stufate di quest'immagine sterotipata.
Anche di questo si è parlato nell'incontro Antropologia dei Social Media: un’analisi sulle mamme 2.0 in Italia, organizzato nell'ambito dell’evento Social Media Week a Roma,  in un appartamento in pieno centro, senza wifi ma con il soffitto affrescato che era una bellezza. Le mamme vanno di fretta, non hanno tempo da perdere, non si fidano più della suocera e appena possono cercare di sedare le loro ansie o condividere le loro gioie con altre madri sul web. Altro che casetta nella prateria, semmai allattamento al seno, emorroidi e mariti disattenti. E' il risultato della ricerca del  Centro Studi Etnografia digitale che in collaborazione con Viral beat  ha realizzato un’ indagine antropologica in ambiente social media sulle mamme di oggi.  Nell’arco di un mese e mezzo, dal primo maggio  al 22 giugno 2010, sono state analizzate 2.489 conversazioni avvenute principalmente (per l' 86,9 %) sui forum ma anche su blog e social network in cui si parlava  di  paracapezzoli in caucciù, di cosa mettere in valigia per il parto in ospedale,  ma anche (immagino) di quali prodotti consumare e quali evitare. I siti più monitorati sono stati Forum al femminile, le answers di Yahoo, gravidanzaonline, mammole e pianeta mamma. Il risultato è scontato, almeno per noi che ci siamo dentro. Le mamme sono esigenti, attentissime ai prodotti che usano per i loro bambini e si confrontano in continuazione per avere un feedback. Però adesso lo   hanno capito anche le aziende e sono disposte a spendere bei soldi per sentire "cosa ci diciamo" quando siamo tra di noi. Non ci inseguono più insomma. Vogliono "conoscerci". Ma, soprattutto,  aggiunge Adam Arvidsson, docente di Sociologia della Globalizzazione e dei Nuovi Media all’Università di Milano, “il valore di un brand non è più creato in fabbrica ma coinvolge una comunità di persone che fa brand community. Adesso le aziende si sono rese conto che non si può solo prendere dalla passione degli utenti senza dare niente in cambio altrimenti si rischia di perderli. Bisogna gestire questa risorsa in maniera più lungimirante”.  
In altre parole, oltre a conoscerci, vogliono la nostra collaborazione per portare avanti il loro marchio. E ci sta, se se lo meritano e se ci premiano. Certo ormai quei fantastici art director milanesi vestiti Dolce e Gabbana che usano una parola inglese ogni tre dovranno collaborare con internauti veri, che vanno in giro a scoprire, sondare, chiedere ma dal di dentro,  costruendosi  degli "Avatar" come ha detto in conferenza Flavia, autrice del bel blog http://www.veremamme.it/ (titolo ironico, dice, le vere mamme non esistono, siamo tutte vere!). Anzi le blogger dovrebbero essere più considerate, aggiunge Chiara di machedavvero.it in questo processo, visto che sono produttrici di contenuti culturali condivisi. E infatti nell'evento di blogger ce ne erano diverse, forse più dei giornalisti. E questa la dice lunga... Sono intervenuta anche io prosaicamente per dire che passata l’ansia dei primi sei mesi in cui si valutano i pro e i contro di qualsiasi marca di pannolino, dopo mi sarebbe piaciuto riuscire a comprarli risparmiando più possibile, magari con l’e.commerce, anche 200 pannolini per volta, perchè no? Ci ha risposto prima Arvidsson e poi Alex Giordano, strategic planning director del Ninja LAB. Il mercato –hanno detto- sta cambiando. Ci sono portali dove puoi trovare i prodotti più convenienti e ti mandano gli sms (PS: quali sono e chi li paga gli sms?). Ci sono processi di autoorganizzazione dei consumi (vero, ho diverse amiche che lo fanno ma non online). E poi gli smartphone, come l'Iphone 4. Ci sarà un' applicazione in grado di riconoscere attraverso un codice il prodotto e di dare tutte le informazioni relative, sia merceologiche che di sostenibilità ambientale e di reputazione on line. Quindi se scriverò "mamme, la Pampers è buona quanto gli Huggies ma costa molto di più (dico per dire!) e assorbe anche un pò meno" a Milano influenzerò la mamma di Catanzaro. Che magari prima si sarà pure beata alla vista della pubblicità di un angioletto con i boccoli che cammina per casa vestito solo del suo bel pannoletto, sorridente e asciutto, ma dopo un click l'avrà altrettanto rapidamente rimossa. E tutti quei soldi allo story boarder, al produttore esecutivo, al direttore di produzione, al regista, agli operatori, al fonico, al montatore, al grafico, all'esperto di musiche, al runner, all'attrice, al pargolo, alla Rete per la messa in onda, eccetera eccetera...

giovedì 3 febbraio 2011

SOCIAL MEDIA WEEK dal 7 all'11 febbraio a Roma

Assolutamente da non perdere: la settimana dei social media a Roma. tantissimi appuntamenti sulla tv social, su you tube, sui nuovi sistemi di comunicazione, su tutto quello che di cui parliamo in questo blog!
Il link vi porta all'agenda degli appuntamenti del sito ufficiale.


http://socialmediaweek.org/rome/agenda-completa/

martedì 1 febbraio 2011

NATIVI DIGITALI contro l'elite del brand?

Posted by Dawn Osakue on July 26, 2010 at 11:29 AM

Eighteen to 24-year-olds want news fast, do not necessarily trust brands or corporations and view life as a game, according to BVA, a research institute in France, which carried out a 3-month study of 'Digital Natives', the young peoplewhose lives are shaped by video games, computers, mobile phones and virtual systems.

Anticipated to comprise over 30% of the population in the next five years, this group "reinvents time and space." Compulsive multitasking, and digital hyperactivity (to fill in any voids) are two special characteristics.  Very relevant to the commercial world is the fact that pleasure no longer lies in consumption but in purchase: the thought of finding the best deal.
The Digital Native is "defiant" against authority, and for this reason rejects brands. As for news, she believes that "all information is available, any question can be answered." The only issue at stake is how fast this information can be gathered. However, convenience is not the only reason social networks are popular news sources; the idea of consensus is such a big credibility-boost in their view that consensus has become more relevant than the brand.

In the words of Frédéric Filloux in Monday Note, "Truth - at least perceived truth - seems to emerge from an implicit group vote, in total disregard for actual facts. If the group believes it, chances are it is "true". When something flares up, if it turns out to be a groundless rumor, it's fine since it won't last." He gives an example of such a group-driven resource as wikipedia.

What with all the multitasking and ensuing reduced concentration, need for fast information, distrust of the world at large (including traditional news sources), addiction to digital technology and an inherent respect of competence and professionalism, the digital native has one preference when choosing media items: "the most practical and most illustrated both in substance and in form."

Filloux further advises: "The fastest is the best... Quick TV newscasts, free commuter newspapers, bursts of news bulletins on the radio are more than enough. The group will do the rest: it will organize the importance, the hierarchy of news elements, it will set the news cycle's pace"

Apart from such practicability, another way the media can get the attention of this age-group is by opening up to the tides of consensus. However, it must not be forgotten that the digital natives are just a cross-section of the consumer base, and care must be taken to achieve a balance. Filloux sees a split developing in news consumers: "The Digital Natives will be happy with superficial, quickly digestible streams of information. On the other hand, in-depth, balanced information will be the perquisite of a shrinking elite, sensitive to the notion of a trusted brand and ready to pay for it." Although his assessment of the younger generation's attitude to news may well be a little harsh, this difference in consumption habits is something that news organisations should all be aware of.

martedì 25 gennaio 2011

SOCIAL NETWORK. Persino il Papa...


"Le nuove tecnologie, e in particolare i social network come Facebook, rappresentano un'opportunità ma presentano anche alcuni rischi".
E' questo il messaggio del Papa in occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.
Benedetto XVI mette in guardia i giovani e ricorda che il contatto virtuale non può e non deve sostituire il contatto umano diretto con le persone a tutti i livelli della vita.
Inoltre non si deve cadere nell'eventualità di rifugiarsi in una sorta di mondo parallelo.
Secondo il messaggio "Verità, annuncio e autenticità di vita nell'era digitale" del Pontefice, bisogna comunicare il Vangelo attraverso i nuovi media: "ciò significa non solo inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi, ma anche testimoniare con coerenza, nel proprio profilo digitale e nel modo di comunicare, scelte, preferenze, giudizi che siano profondamente coerenti con il Vangelo, anche quando di esso non si parla in forma esplicita''.
Il Papa ha infine invitato i cristiani ad unirsi nella rete virtuale in un'epoca dove digitalizzazione pare essere parte integrante della vita.

sabato 22 gennaio 2011

GIOVANI e INTERNET. Relatrice... Maila Paone

Sabato 22 gennaio ho partecipato come ospite al convegno "Giovani e Internet" e ho presentato il mio libro davanti a un centinaio di bambini delle scuole medie di Catanzaro.
E' stata una bellissima esperienza.

giovedì 13 gennaio 2011

Ma quale amica, sono tua madre!


Da Sefra, Tutto gratis

Negli Stati Uniti, secondo i dati raccolti dalla Nielsen, il 29% dei figli ammette che farebbe volentieri a meno di accettare l’amicizia di mamma e papà. C’è inoltre da aggiungere che, giustificati dalla preoccupazione che i ragazzi possano rendere pubbliche chissà quali e quante informazioni, il 10% dei genitori americani ammette di esser entrato in possesso dei dati d’accesso al social network senza farlo sapere ai figli per poter controllare meglio cosa combinano…
E quando vengono a conoscenza del fatto che, spesso, i ragazzi accettano richieste di amicizia di persone che neppure conoscono, le preoccupazioni non fanno che aumentare! Senza contare poi che sta notevolmente aumentando il numero dei social network per ragazzi. Qual è l’atteggiamento che i genitori dovrebbero quindi adottare?
Gli esperti sono tutti d’accordo sul fatto che in nessun modo i loro figli debbano essere spiati, poiché è chiaro il fatto che qualche post pubblicato possa essere facilmente frainteso o se ne capisca un significato diverso perchè non si conosce a fondo il linguaggio dei giovani.
La cosa più giusta sarebbe quella di dialogare coi propri figli e spiegar loro che dare troppe informazioni private – quali ad esempio l’indirizzo e il numero di telefono – a persone che non si conoscono, può portare gravi conseguenze perché online, così come nella vita reale, le insidie possono nascondersi dietro ogni angolo.
Sul web è facile cadere in qualche trabocchetto, ma gli stessi sviluppatori di Facebook, proprio per correre in aiuto ai genitori, non solo hanno creato strumenti come il Panic Button e l’impossibilità di effettuare ricerche sui profili privati dei minori, ma hanno dato l’opportunità di utilizzare un’applicazione gratuita, Piggyback, la quale consente al genitore di avere una panoramica generale di quello che fanno i figli sul social network attraverso notifiche che arrivano sul suo profilo (ovviamente il genitore dovrà essere iscritto a Facebook), di sapere con quali persone chattano, quali sono le applicazioni e i giochi maggiormente utilizzati, il numero di amici e altre notizie simili.
La novità che può piacere anche ai ragazzi, è che, con questa applicazione, i genitori possono premiare i loro figli con dei beni virtuali, compresi i crediti di Facebook.
Un modo pratico e meno invasivo, per fare tutto con assoluta trasparenza, e per far capire a tanti adulti che possono fidarsi dei ragazzi, basta dargli i giusti consigli!

lunedì 3 gennaio 2011

NATIVI DIGITALI. Il mio trailer...

http://www.youtube.com/watch?v=Zc25l3GGabo

NATIVI DIGITALI e la lavagna interattiva...

Dal Sole24ore, 2 gennaio 2011. Serena Danna

Addio al vecchio sapere lineare fondato sulla parola scritta e sulla trasmissione di conoscenza maestro-alunno: imparare oggi ha la forma di un suk arabo nell'ora di punta. Tra social network, video-racconti su YouTube, la musica di MySpace, il linguaggio sincopato delle chat e le bufale online, gli studenti di nuova generazione hanno bisogno di una bussola per orientarsi. Ma la scuola non c'è. O meglio, non ce la fa: a studenti 2.0 corrispondono spesso istituti scolastici da secolo scorso.
Chi sono questi famigerati «nativi digitali», nati e cresciuti a rivoluzione internet compiuta? Come ha scritto l'ex direttore del programma Comparative media studies del Mit di Boston, Henry Jenkins, la loro cultura è «partecipativa» e si fonda su «produzione e condivisione di creazioni digitali» e su una «partnership informale» tra insegnanti e alunni, che porta il bambino a sentirsi responsabile del progetto educativo. Il maestro non è più un trasmettitore di conoscenza ma un «facilitatore», che fa da filtro tra il caos della rete e il cervello del piccolo studente. «Frequentano gli schermi interattivi fin dalla nascita», spiega Paolo Ferri, docente di Tecnologie didattiche e teoria e tecnica dei nuovi media all'Università Bicocca di Milano, «e considerano internet il principale strumento di reperimento, condivisione e gestione dell'informazione». È la prima generazione (che oggi ha tra gli 0 e i 12 anni) veramente hitech, che pensa, apprende e conosce in maniera differente dai suoi fratelli maggiori. «Se per noi imparare significava leggere-studiare-ripetere, per i bambini cresciuti con i videogames vuol dire innanzitutto risolvere i problemi in maniera attiva», prosegue Ferri, che studia e promuove da anni il «digital learning». I bambini cresciuti con consolle e cellulare sono «abituati a vedere la risoluzione di compiti cognitivi come un problema pragmatico», aggiunge.
Lynn Clark direttrice dell'Estlow International Center for Journalism and New Media dell'Università di Denver (Usa) ha condotto un progetto di ricerca su 300 famiglie americane per capire come se la cavano con i media digitali. «Grazie ai videogiochi, il sapere dei bambini si nutre di simboli, sfide e modelli sempre diversi di narrazione», spiega Clark che aggiunge: «quando le modalità di apprendimento scolastico sono simili a quelle di un gioco ci sono maggiori chance che gli alunni apprendano volentieri e in fretta». «Se qualcosa può essere visto, ascoltato, suonato, perché dovrebbe essere raccontato a parole?», si chiede Paolo Ferri.
Nishant Shah, che a 26 anni dirige il Center for Internet and Society di Bangalore in India, lo spiega così via Skype: «La tecnologia dei nostri padri è quella televisiva: un modello analogico che stabilisce ruoli, responsabilità e struttura della produzione, diffusione e consumo di conoscenza. Con l'esplosione del p2p – l'idea di una rete dove non esiste gerarchia e tutto viene condiviso – i ruoli sono messi in discussione dallo studente, che si considera parte attiva nella produzione di sapere e vede i libri come una fonte tra le tante». In Europa – che ha messo la competenza digitale al quarto posto (dopo prima lingua, lingua straniera e matematica e scienze) tra le competenze chiave per l'educazione degli stati membri dell'Unione – il paese più «native digital oriented» è l'Inghilterra, dove la riforma del sistema scolastico voluta dal governo Blair ha ridotto drasticamente il numero degli studenti per classi, favorendo così la personalizzazione dell'insegnamento, e tagliato il numero delle materie. «Sono passati – sottolinea Paolo Ferri – da un modello disciplinare basato sui contenuti a quello per competenze che si regge su un principio: imparare a imparare». Ferri ricorda che la lavagna interattiva è presente nel 100% delle classi primarie e secondarie inglesi mentre in Italia si punta ad averne una su dieci entro il 2011. Qui la strada è ancora tutta in salita.
Il ministero dell'Istruzione porta avanti il progetto Lim, che riguarda l'introduzione di lavagne interattive nelle aule, e quello Cl@ssi 2.0 che punta a finanziare con 30mila euro 156 classi (in Italia ci sono circa 25mila scuole) delle scuole medie inferiori per lo sviluppo di progetti innovativi. «C'è una grande carenza di investimenti dall'alto – denuncia Ferri – arginata da qualche dirigente di buona volontà». Per il professore della Bicocca è a livello territoriale, grazie all'autonomia scolastica e alle capacità manageriali e creative di qualche preside, che si vedono i migliori esperimenti. A Bollate, un comune di 37 mila abitanti alle porte di Milano, per imparare a usare l'iPad basta chiedere aiuto a un bambino. Nelle aule dell'Istituto di via Brianza – due scuole elementari e due medie inferiori – al posto di quadernetti e matite, da settembre gli alunni usano il tablet computer prodotto dalla Apple. Qualche centinaia di chilometri più a sud, a Reggio Emilia – la città dove tutti vorrebbero avere tre anni per quel «Reggio Approach», lodato dal «New York Times» (parole d'ordine: arte, assemblee di classe e respiro globale), che ha fatto guadagnare al capoluogo emiliano il titolo di capitale mondiale degli asili nido – software, dispositivi elettronici e lavagne interattive hanno ormai sostituito seggioloni e orsacchiotti. Bollate e Reggio non sono residui di una bizzarra avanguardia pedagogica, il cui simbolo cinematografico è ancora Bianca di Nanni Moretti, con le vicende della scuola «Marilyn Monroe» dove al posto della foto del presidente della Repubblica c'è Dino Zoff e i professori giocano alle slotmachine e al flipper. Dimostrano piuttosto che ci sono, anche in Italia, presidi e maestri che hanno capito chi sono e come si educano i nativi digitali.
«Ma il risultato è quella di una cartina dell'innovazione a macchia di leopardo», dichiara Ferri, che tuttavia si dice ottimista. Da un lato perché «nel 2013 andrà in pensione la metà degli insegnanti italiani», dall'altro perché crede nel contagio positivo: «In dieci anni le scuole al passo con le trasformazioni sociali e tecnologiche, e per questo premiate con finanziamenti e alto numero di iscrizioni, avranno costretto le altre ad adeguarsi». Una speranza? No, un dovere. Perché «innovare innovare innovare», il famoso mantra di Hal Varian di Google News, è l'unica chance di sopravvivenza anche per la scuola italiana.