Il libro si può ordinare in una libreria Feltrinelli o sul sito www.lafeltrinelli.it/



lunedì 25 aprile 2011

Tu ti chiami...? Cosa ti piace? Aspetta che me lo scrivo.




Every one of your students has a main interest, or passion, if you will. These passions are extremely diverse and include everything (and anything) from nature, to sports, to reading, to music, to vehicles, to history, to medicine, to space exploration, to a wide variety of other, often unexpected areas. In some cases a student's passion may be still hidden from his or her own self-knowledge. And many students have more than one.
Knowing what those individual passion are, not just on the surface but in some depth and detail, is extremely important for partnering teachers. The reason is that students' passion are the routes and filters through which partnering teachers create individualized learning, learning that will stick in students' minds, be valuable in their lives, and make them want more.
Today there is a new buzzword making the rounds: passion-based learning.

Partnering tip
On the first day of class, when you introduce yourself to your class and ask each student his or her name, also ask, individually, what each student is interestes in and/or passionate about. Write this down, and take it seriously. It will enable you to design ways to reach each of these students through his or her passion and to cluster your students, at certain times, by their common interests.You can encourage those students who are not able to identify a passion to try out the different cluster as they seek their own interests.

"Teaching digital natives", Marc Prensky

mercoledì 13 aprile 2011

PARTNERING EDUCATION part II



Abbiamo parlato diverse volte della partnering education proposta da Marc Prensky, l’inventore del termine “nativi digitali”.
Oggi proponiamo i primi step verso questa nuova forma di insegnamento. Leggo e traduco liberamente dal libro “Teaching digital natives”:

“ I tuoi studenti sembrano spesso annoiati e stanchi?
Fanno fatica a prestare attenzione mentre parli?
Si distraggono?
Fanno meno di quanto vorresti?

Ebbene, sembra incredibile, ma questi sono segnali positivi e indicano che sono pronti per un più attivo e impegnativo apprendimento. E se anche fossero felici, attenti e ben motivati il “partnering” potrebbe arrecare loro grandi benefici nel lungo tempo per farne studenti migliori e più indipendenti.

E tu, insegnante, sei pronto per il partnering? Chiediti se:

Ho mai pensato ai miei studenti come partner con differenti abilità?
Conosco le passioni dei miei studenti e posso usarle per facilitare l’apprendimento di certe materie?
Vedo alternative al leggere, ripetere e spiegare? Sono pronta a “lasciare la cattedra” e stargli accanto?
Faccio in modo che capiscano che le cose che imparano non sono solo rilevanti ma reali?
So come tradurre i contenuti in domande-guida?
So usare la tecnologia come loro?”

Questa è l’introduzione. Negli altri capitoli l’autore spiega come iniziare ad insegnare con questa nuova tecnica pedagogica. Continuerò a parlarvene ;-)

martedì 12 aprile 2011

DAL NERD AL GEEK



Una volta c'erano i nerd, quelli con una certa predisposizione per la ricerca intellettuale, un quoziente intellettivo superiore alla media, tendenzialmente solitari, poco avvezzi alla vita sociale, occhialuti, non sportivi e mal vestiti (Wikipedia). Un modo spregiativo quindi per indicare chi, invece di socializzare, passava il tempo davanti al computer. Adesso ci sono i geek, le persone affascinate dalla tecnologia. Chi è geek ha stile, molti amici, molti agganci, sempre in rete, con lo smart phone in mano, aggiungerei (ma è una mia iniziativa) che è anche ben vestito. Steve Jobs ha conribuito a questa piccola rivoluzione nell'immaginario collettivo. Uno degli uomini più potenti del pianeta, più ammirato, ci stava un pò stretto nel gilet di seconda mano del nerd. Lui che, dicono, ha inventato il futuro. Uno che ai neolaureati di Stanford ha consigliato: "stay hungry, stay foolish" (siate affamati, siate folli)  e che ha raccontato di quanto mangiava con i 5 centesimi del reso in vetro delle bottiglie di coca-cola. Steve Jobs non poteva essere definito in maniera spregiativa.
E così sono arrivate anche le geek girl.  In tutto il mondo. Ragazze appassionate di nuovi media e che vogliono conoscersi e collegarsi, anche tramite cene reali organizzate in rete. Ragazze come noi.
Oggi voglio consigliarvi il loro sito perchè ci sono sempre articoli interessanti ma alcuni ci riguardano da vicino, come per esempio, il bando per un concorso euopeo di serious game, ovvero come creare videogiochi che siano anche strumenti di formazione. Il nostro pane quotidiano insomma. Oppure l'articolo sull' e-learning dove raccontano come ormai tutte le più prestigiose università del mondo stiamo mettendo on line contenuti open source, anche tramite la piattaforma di Utunes University. Infine, la cosa per noi forse più interessante nel breve periodo: il social learning, l'interazione tra studente e docente.

giovedì 7 aprile 2011

LA DIVINITA' IN TASCA






Leggo e traduco dal sito web di un famoso fotografo americanoEvan Baden di cui vi invito a vedere le foto. Tutte persone illuminate da questa nuova divinità pagana.

"Nelle culture occidentali, c'è una generazione che sta crescendo senza sapere cosa voglia dire essere disconnessi. Il mondo in cui staimo crescendo è sempre su "ON". Siamo continuamente collegati e linkati. Diamo per scontata la tecnologia. Non vogliamo essere ingrati ma non conosciamo una parola senza la tecnologia. Dalle nostre più recenti memorie, c'è sempre stato un modo per connettersi con gli altri: My space, Facebook, telefonini, instant messaging. E ora con Internet, le chat, le email nella nostra tasca, nel nostro telefonino, possiamo sempre sentirci come se facessimo parte di un tutto.
...Questi strumenti ci danno grande libertà e ci incatenano alle persone con cui siamo connessi. Gli altri sono diventati parte di quello che siamo e di come ci identifichiamo. Abbiamo accesso ad una conoscenza e ad una comunicazione inimmaginabile fino a una generazione fa. Sempre di più siamo rinchiusi in una silenziosa, soffice, splendente luce blu. E' come se in tasca avessimo una...divinità."

http://www.evanbaden.com/

lunedì 4 aprile 2011

UN ROMANZO COLLETTIVO su facebook



Nuove frontiere si aprono su facebook. Non solo comunicazione ed intrattenimento ma arte e cultura. Su Book Page gli admin del sito hanno lanciato una sfida: "scriviamo un libro insieme". Hanno risposto positivamente 70 autori e l'esperimento è diventato un romanzo: "le connessioni invisibili", composto da 18 capitoli. Ecco l'inizio:

Quasi si nasconde. Ma è ancora troppo presto per lasciarsi alle spalle un piccolo frammento di realtà.

L'ultimo raggio di sole tocca una finestra lontana. Troppo vicina per rimanere nell'ombra. Dietro la finestra si intravede una figura, opaca, indefinita, non abbastanza per capire che quell'ombra ha lineamenti umani. L'ultimo raggio di sole tocca la finestra e corre lontano, tagliando quella figura, immobile.




 Luce spenta. Al suo fianco la finestra è aperta, le tende colorate si fanno carezzare dal vento, il sole entra timidamente nella stanza quasi a non voler disturbare quell'ambiente che continuerà a splendere anche in sua assenza. Dentro la stanza non c'è nessuno. Soltanto un minuto e il sole si dilegua portando con se l'immagine di un giorno che soltanto lui potrà raccontare come realmente è stato. (Roberto Secci)



Il sole allo zenith nasconde l'ombra. Ma è un istante, un quanto inesprimibile di tempo troppo breve per essere compreso. E' l'inizio di una sfida alle leggi della gravità, come se le parole prendessero il volo.  (Eleonora Galbiati)

Devo dirvi la verità. L'ho trovato un pò pesantuccio e non sono riuscita ad andare troppo avanti. L'idea è bella ma secondo me se un'autore si gioca tutto in 4 righe vuole soprattutto fare bella figura usando belle immagini e belle parole.  Un libro, secondo me,  invece è una grande storia. E come dice Mckee, una storia è la prova vivente di un'idea, la conversione di un'idea in azione. Una storia è una specie di filosofia vivente che gli spettatori afferrano nel suo insieme, in un istante, senza un pensiero conscio: una percezione sposata alla loro esperienza esistenziale.
Il gruppo di persone che hanno scritto il libro su Facebook hanno in comune di certo in comune una cosa: vorrebbero diventare scrittori. Ma non hanno condiviso un progetto esperenziale o esistenziale. Non avevano discusso di cosa volessero dire e come (almeno credo, se mi sbaglio, ditemelo). Hanno messo insieme frammenti narrativi di senso compiuto collegandoli logicamente, temporalmente ed esteticamente tra di loro.
Continuo a credere che quella di Roberto Secci ed Eleonora Galbiati sia stata una bella idea. Però io proverei altro. Metterei insieme un gruppo di persone, ce ne sono così tanti su Facebook!, che condividono un'idea e magari un ideale. Lancerei un brain storming aperto a tutti per raccogliere l'inimmaginabile e dopo chiuderei la porta agli estranei e insieme al mio gruppettino fisserei delle linee guida, stabilirei le linee narrative, descriverei in profondità i singoli personaggi con le loro ansie e contraddizioni, i colpi di scena, la chiusura, persino la lunghezza dei capitoli! Secondo me i vincoli ci vogliono, sono utili, danno la direzione, stimolano la creatività. Anzi io, siccome lavoro in tv, scriverei in questo modo una fiction televisiva nuova, fresca, originale e giovane. E la domanda che più farei, ogni volta che si dovesse decidere come fare evolvere il personaggio, sarebbe: "tu cosa faresti al posto suo?". In questo modo sarebbe ridimensionata la componente narcisistica dell'autore che ogni volta invece dovrebbe guardarsi dentro, anche dove c'è il buio, e tirare fuori quello che secondo lui è bello condividere con gli altri.
Che ne pensate?

martedì 29 marzo 2011

INTERNET E LA PRIVACY

Il bullo online molesta gli altri usando le nuove tecnologie e i social network.
Il bullo online pubblica su youtube contenuti scorretti.
Il bullo online è un cretino.
Facebook suggerisce alcune misure per prevenire questi comportamenti  (accettare solo richieste di amicizie sicure, non fidarsi di profili falsi, usare la funzione "blocca" per mettere fine a comportamenti offensivi, segnalarli a Facebook, usare impostazioni sulla privacy più restrittive) ma noi genitori che facciamo? La maggior parte di noi si preoccupa del numero di ore passate su Facebook ma quasi nessuno della qualità. I nostri figli chattano con sconosciuti, pubblicano contenuti sconci, fanno parte di gruppi demenziali? E soprattutto: conoscono le regole sulla privacy? Hanno un codice etico per la pubblicazione e la condivisione di contenuti? La famiglia e la scuola (se non è educazione civica questa!) dovrebbero intervenire per educare il buon cittadino digitale sin da piccolo.
Per esempio in una scuola media, dove tutti sanno maneggiare una telecamera e qualcuno un programma rudimentale di montaggio, si potrebbe lanciare un concorso: un piccolo cortometraggio per insegnare a non postare video che coinvolgano persone non consenzienti. Una cosa del genere: http://www.youtube.com/results?search_query=KJEnVzMXK1E&aq=f
Chi vince può decidere per tutto un mese che giorno essere interrogato in matematica o in storia.

mercoledì 23 marzo 2011

IMPARIAMO A WIKIFARE NAPOLEONE


Genitori, se vogliamo guidare i nostri figli verso percorsi alternativi e intelligenti nel magico mondo della Rete non tralasciamo Wikiversity. Wikiversity è un progetto mondiale di condivisione di contenuti legati all'apprendimento, dalla pre-scuola all'università. Il sito è rivolto a studenti, docenti e ricercatori. Lo slogan è Set learning free. La versione italiana è ancora in via di costruzione ed è proprio questo il bello! Un ragazzo o una classe, coordinata dal prof, può facilmente postare un ipertesto. Mettiamo che a scuola si stia studiando Napoleone. Clicchi Napoleone su Wikiversity e ti escono 4 righe "ancora da wikifare"..??? Cosa vuol dire? Che il testo deve avere un titolo convenzionale, contenere informazioni corrette, deve avere una frase di apertura riassuntiva e grammaticalmente corretta, non deve contenere concetti non neutrali, non deve essere troppo breve, deve avere i wikilink sui quali già esiste una voce in wikipedia, deve contenere immagini significative corredate da didascalie e terminare permettendo al lettore eventuali approfondimenti alle voci correlate e ai collegamenti esterni.
Una volta Napoleone era quello che diceva la professoressa, che a sua volta era quello che diceva il libro. Adesso il gruppo può giocare a trovare altri contenuti grafici e video, può imparare a scrivere un testo secondo codici internazionali, può avere una gratificazione immediata del lavoro svolto vedendolo pubblicato su wikiversity. E soprattutto si impara anche a non chiudere. Gli obbligatori collegamenti finali sono un monito: se c'è la passione, non si finisce mai di imparare.
Io scommetto che così Napoleone non se lo dimenticano. Voi?

giovedì 17 marzo 2011

COS'E' LA PARTNERING EDUCATION?


La partnering education è quando i professori vedono i loro allievi come partner nel processo di apprendimento, con capacità diverse ed uguali.
Il primo step nel partnering è chiedere, domandare, porre interrogativi (socratici) e fare in modo che gli alunni cerchino le risposte, le organizzino in una veloce presentazione e ne discutano in gruppo. Questa è la base, poi ci sono altre strategie. Includere virtualmente nel gruppo di studio  studenti che sono fisicamente in altre classi per condividere gli stessi argomenti studiati con libri di testo diversi. Cercare sempre nuovi strumenti per studiare una materia (es. Google Earth per geografia). Approcciarsi agli argomenti attraverso simulazioni o giochi che coinvolgano tutta la classe. Fare in modo che gli studenti cerchino soluzioni reali a problemi reali. Uscire con la classe fisicamente o virtualmente ogni volta che sia possibile.


Da "Teaching digital natives" di Marc Prensky

mercoledì 16 marzo 2011

BANDIERE


E' bella la bandiera tricolore,
e sboccia al sole come sboccia un fiore.
Ma le bandiere sono tutte belle, fatte per sventolare insieme come sorelle...
l'italiana, l'inglese, la francese, la russa, la cinese,
e quella di Maometto
mille più mille bandiere
a braccetto.

G.Rodari

(Dal quadernone di mio figlio, e sotto c'era il disegno della bandiera. )
I nativi digitali: mille bandiere a braccetto, tutti uguali e di colori diversi...


martedì 15 marzo 2011

INSEGNARE AD IMPARARE



Reuven Feuerstein ha dedicato la sua vita ad "insegnare ad imparare". Psicologo israeliano, ha fondato a Gerusalemme l’Icelp (International Centre for Enhancement of Learning Potential), dove applica le sue teorie su ragazzi e adulti con difficoltà cognitive. Gli è stato chiesto di spiegare in cosa consistesse la sua teoria della modificabilità cognitiva.
 Feuerstein:
“Significa che le strutture cognitive possono cambiare. Non solo il cervello influenza il comportamento, ma anche viceversa. Lo dicevo già nel 1945, ora è confermato dai nuovi test, che mostrano l’organo in attività in tempo reale. Le analisi evidenziano che i comportamenti nuovi si ripercuotono sul cervello; quelli consolidati, addirittura, producono mutamenti permanenti. Diversamente dalla scienza, che analizza un elemento isolandolo, l’educazione ha un approccio olistico: comprende gli aspetti cognitivi, affettivi, motivazionali, culturali.
Questo fa sì che le cose imparate siano generalizzabili, trascendano l’immediato, diventino riutilizzabili in un’occasione del tutto diversa. Non nego la componente biologica: siamo comunità di cellule. Ma non è tutto qui: basti pensare che abbiamo appena il doppio dei geni del moscerino della frutta... Ciò che ci diversifica è la cultura, l’apprendimento mediato e i bisogni che ognuno amplia di continuo”.

Quindi i comportamenti influenzano i processi cognitivi, l'intelligenza e i comportamenti reiterati ancora di più. Come possiamo allora pensare che il fatto che i nostri figli vivano interconnessi e attaccati a videogiochi e chat non influenzi il loro modo di vedere il mondo? E noi, in questo processo di cambiamento, dove saremo?

lunedì 14 marzo 2011

Intervista di Supermamma!

http://supermamma.mammacheblog.com/2011/02/26/intervista-a-maila-paone/

PARTNERING PEDAGOGY




Nel suo libro "Teaching digital natives" che ha avuto un grande successo negli Stati Uniti, Marc Prensky parla di partnering pedagogy, di come cioè, secondo lui, dovrebbero cambiare i ruoli nella didattica. In breve, eccoli:

"Rendere gli studenti più attivi ed eguali nel processo di apprendimento è un segno di rispetto, un rispetto che tutti gli studenti cercano. Ma quali sono, nello specifico, i ruoli in partnering?"
(di seguito non traduco, per non generare equivoci, ndr)

Student as researcer
Student as technology user and expert
Student as a thinker and sense maker
Student as a world changer
Student as self-teacher

Teacher as a coach and guide
Teacher as goal setter and questioner
Teacher as a learning designer
Abandoning total control for controlled activity
Teacher as context provider
Teacher as rigor provider and quality assurer

Certo, si sente un pò dell'ottimismo americano della filosofia yes we can  (student as world changer) ma che male c'è? Ne parleremo ancora.

venerdì 11 marzo 2011

PICCOLI CITTADINI DIGITALI CRESCONO...



Non mi interessa parlare di nuove tecnologie e di come sia cambiato l'accesso al sapere. Quello che mi appassiona è studiare come si sia trasformato il sapere stesso. Come scrive Paolo Ferri, questa innovazione sociale e tecnologica non viene fuori dai programmi ma dalle storie e dalle esperienze degli user, è un ambiente fatto di conversazioni e di confronti. Cosa sarebbe You Tube senza i milioni di iscritti e chi avrebbe potuto prevederne il successo o i contenuti? Oggi sta nascendo un nuovo spazio del sapere sociale, una nuova intelligenza collettiva e connettiva. E i nostri figli in questo flusso ci stanno crescendo, anzi non conoscono altro. Vivono sempre interconnessi e amano il confronto. Se l'albergo della città dove sono stati in gita è sporco lo scrivono dopo due minuti su trip advisor e qualcuno ne terrà conto. A me tutto questo sembra bello e non mi preoccupo troppo dei possibili effetti collaterali. Sono sicura che finché un pallone esisterà sulla faccia della terra la partitella a calcio manterrà sempre il suo insostituibile fascino magnetico. Non c'è Nintendo che tenga. Mi turba di più il pensiero che noi genitori non saremo in grado di formare onesti e responsabili cittadini digitali perchè continuiamo a confrontarci con loro solo sulle dinamiche esterne al web mentre la loro vita scorre dal reale al virtuale senza alcuna soluzione di continuità. Per esempio, se io fossi un docente di scuola media farei una lezione sulle linee guida di You Tube: http://www.youtube.com/t/community_guidelines?gl=IT&hl=it. Si parla molto infatti del pericolo che i nostri figli vedano video porno o violenti ma nessuno pensa che qualcuno di loro possa pubblicarli. E visto che ogni giorno in Italia vengono caricati 500.000 video, qualcuno poco rispettoso ci sarà...

mercoledì 9 marzo 2011

UN WIKI PER OGNI CLASSE



Lavagna e gessetto, corsivo e cornicette, poesie e date, per carità, tutto bene. Le gite, il teatro, la ricreazione. Fantastico. Ma quanto sarebbe bello se anche ogni classe avesse un wiki? Guardate il link:
http://www.wikispaces.com/content/for/teachers
Il wiki di cui parlo è un posto virtuale dedicato alla didattica dove tutti gli studenti  (in questo caso fino ai 12 anni) possono postare contenuti, foto e video relativi alle materie studiate. Una naturale estensione del corso. Una stanzetta, se si vuole, privata, senza intrusioni nè pubblicità. Un ambiente dove si impara divertendosi. Non bisognerebbe avere un computer per alunno, sarebbe irrealizzabile,  in questa Italia dove i genitori sono chiamati ogni anno a stuccare e a ridipingere le classi dei figli per sopperire alla mancanza cronica di fondi. Ne basterebbe uno per l'insegnante-anche in sala riunioni- per poter ogni tanto andare a verificare l'andamento della classe-community e ad inserire i contenuti. E ci si potrebbe confrontare con i bambini e con il programma delle altre classi in un clima di gioiosa condivisione...

"I have used countless technological tools -- but I have never found a tool so useful in the educational process." Vicki Davis, Westwood Schools

lunedì 7 marzo 2011

Teaching DIGITAL NATIVES


Marc Prensky è colui che per primo coniò il termine "nativi digitali" e in America è diventato una celebrità per le sue teorie di media education. Pubblicherò alcuni estratti del suo libro, Teaching Digital Natives, in cui parla della sua teoria di  "Partnering education". Io condivido in pieno, e voi?

There is an huge paradox for educators: the place where the biggest educational changes have come is not our schools; it is everywhere else but our school...(informal learning through peers, the Internet, Youtube, television, games, cell phones, and lots of emerging opportunities). After school, no onetells kids what to learn or do. They follow their interests and passions, often becoming quite experts in the process.
...What today's kids do have a short attention span for are our old ways of learning.

WHAT TODAY'S STUDENT WANT

They do not want to be lectured to
They want to be respected, to be trusted, and to have opinions valued and count
They want to follow their own interests and passions
They want to create, using the tools of their time
They want to work with their peers on group work and project
They want to make decisions and share control
They want to connect with their peers to express and share their opinion, in class and around the world
They want to cooperate and compete with each other
They want an education that is not relevant, but real

mercoledì 2 marzo 2011

NATIVI DIGITALI e i videogiochi didattici


In America c'è una scuola, la Quest Learn di New York, dove al posto dei libri di testo si usano videogiochi, alcuni creati ad hoc dagli studenti stessi.
Per raggiungere i tuoi obiettivi devi dimostrare di avere nozioni di varie materie, per esempio per costruire una piramide devi avere competenze di matematica, geografia e storia delle religioni. Per sconfiggere gli ateniesi, da spartano, devi saperne di storia, geografia, politica pubblica.

Vivessi nella Grande Mela forse non manderei i miei figli in quella scuola. Preferisco che ancora imparino ad apprezzare  la ruvidezza della carta sotto i polpastrelli.  Però sicuramente mi piacerebbe che giocassero con quei giochi. Ogni tanto vado nei grandi negozi di elettronica cercando giochi didattici per la Wii e la Nintendo. Sono ancora pochissimi, che peccato! Non è ancora passato il semplicissimo concetto che imparare può essere divertente, può essere un gioco. Ed è anche bello che un ragazzo possa realizzare un video utile per la scuola anche da solo. Sarebbe una  sfida coinvolgente per una classe: "creiamo insieme un videogioco sulla seconda guerra mondiale". Quanto ci scommettiamo che alla fine dell'anno sarebbe l'argomento più apprezzato?

La Yo Yo Games distribusce gratuitamente ai profani della programmazione un utilissimo tool "Game Maker" che  permette di realizzare videogiochi in maniera semplice ed intuitiva. Anche se è nato per i classici games, come pacman, o tetris, con un po' di fantasia si possono ottenere applicazioni didattiche molto utili. Aerei di carta un pò più evoluti...

lunedì 28 febbraio 2011

NATIVI DIGITALI e lo spazio

Inutile raccontarsela. Quando anche tutti gli insegnanti lo scopriranno sarà un mondo bellissimo (quello digitale interattivo etc etc)... Per esempio due classi di una scuola media di Cuneo, guidate dalla loro insegnante Lucia Vivalda, hanno scritto una mail ad un astronauta che sta girando nella sua navicella spaziale intorno alla Terra a 28.000 kilometri all'ora. E il signor Paolo Nespoli gli ha risposto con una videomail (http://www.wired.it/) in cui racconta che fa il giro della terra in un'ora e mezza e vede 16 albe e 16 tramonti al giorno. Spiega che l'assenza di gravità è una sensazione stranissima, non esiste più il peso, non c'è bisogno di zavorra, basta alzare le gambe e si vola, vuoi spostare un armadio con apparecchiature elettroniche di 400 chili? Lo spingi senza sforzo. E la cosa meravigliosa è che mentre lo dice... si vede quello che fa, come si muove nello spazio senza gravità, come fa a sedersi senza svolazzare, come fa a sedersi a testa in giù!!! Il signor astronauta conclude salutando i ragazzi e auspicando che uno di loro un giorno possa mandargli un video come questo da Marte. I libri sono i libri e si sa. Ma l'impatto emotivo di una lettera dallo spazio quanta energia creativa può liberare in questi ragazzini? Quanta voglia di essere loro i prossimi e di impegnarsi per diventarlo?
Navigate gente navigate. Come dice Buzz Lightyear, "verso l'infinito e oltre!".

venerdì 25 febbraio 2011

E' uscito il libro di Paolo Ferri su La scuola digitale

Io l'ho comprato e ve ne parlerò. Certo sarà un pochino più noioso del mio ;-)

(Sto aspettando anche l'ultimo di Marc Prensky...)

 

Indice


 IX Premessa

  1 1.   I nuovi ambienti digitali per l'apprendimento
  3 1.1. Caso
         Il Web 2.0 e i nuovi strumenti del comunicare
 10 1.2. Che cos'è la nuova rivoluzione digitale:
         la società della conoscenza e della formazione
 14 1.3. La società informazionale e il capitalismo culturale
 18 1.4. La rivoluzione crossmediale e la formazione
 19 1.5. Da Gutenberg al digitale:
         la formazione oltre il libro e oltre l'aula
 25 1.6. Quale nuova alfabetizzazione per l'ambiente digitale
         esteso della formazione?

 31 2.   Reinventare la scuola per i digital native.
         Il megacambiamento tecnologico
 32 2.1. Caso
         Da Wikipedia a Wikiversity: come la tecnologia cambia
         gli strumenti e il modo della formazione
 41 2.2. I "new millennium learner": come studiarli
 57 2.3. Gutenberg native e digital native
 60 2.4. La differenza nelle modalità di rappresentare,
         conoscere e apprendere il mondo
 73 Appendice

 77 3.   Lo spazio fisico dell'apprendimento:
         come la tecnologia può trasformare
         gli spazi della scuola
 78 3.1. Caso
         Snæfellsnes Comprehensive Upper Secondary School:
         nuovi spazi per una nuova scuola
 87 3.2. La leva tecnologica come strumento per abbattere i muri
 96 3.3. Abbattere i muri: le trasformazioni degli spazi
         cognitivi architettonici e fisici della scuola

112 4.   Cambiare le politiche scolastiche e la formazione
         degli insegnanti
113 4.1. Caso
         Il consorzio IUL per la formazione in servizio
         degli insegnanti
119 4.2. La multimedialità nella scuola italiana:
         genesi, storia e sviluppo di un'incomprensione

PS: quello che veniva dalla mia stessa città ci ha messo 10 giorni. Il libro americano...3!

sabato 12 febbraio 2011

Michelle Obama vieta Facebook alle figlie


Cara Michelle,
permettimi. Con tutta la stima e il rispetto che nutro per te, non sono d’accordo. Passi per Sasha che ha nove anni ma Malia ne ha quasi tredici: è una “signorina”. Alla sua età i suoi amici sono “tutti” su Facebook. Almeno qui in Italia, che pure di banda larga ne abbiamo pochina ma di telefonini almeno un paio a testa, i preadolescenti amano Internet più della tv e con i loro cellulari sempre più smart possono navigare a spese del wifi casalingo in qualsiasi orario, persino durante le abluzioni serali. Fermarli è impossibile. Educarli forse ancora si.
Capisco che una pagina facebook a nome Obama avrebbe tante di quelle richieste di amicizia che non resterebbe tempo a tua figlia per imparare a memoria le capitali dell’Idaho e del Wyoming però i trucchetti per rimanere in rete solo con i propri amici sono alla portata anche di Sasha, visto che è già in grado di chiedere in mandarino al Presidente cinese Hu Jintao di passarle la bottiglia dell’acqua. Anzi se non ti conoscessimo potremmo persino avere il dubbio che preferiresti che lei parlasse di massimi sistemi con potenti vari piuttosto che de Il Mondo di Patty con Mary Ann.
Non è vero che facebook fa male anzi fa proprio bene. Non c’è niente di virtuale per i nostri figli nel continuare in chat la lite avuta a scuola, nel postare link per sparlare dei professori, nel mandarsi video contro Justin Bieber, nell’esprimere le proprie emozioni di gioia o sconforto, nel cambiare il proprio stato da “single” a “impegnato”. Mi stupisco, oggi si parla di social tv, di social bank, di social art, social shopping, social games e tu vorresti che tu figlia fosse fuori dal giro dei suoi compagni di classe o di danza classica? Che non possa avere anche lei, tutelata da un certo anonimato certo, la possibilità di dire quanto sia noioso andare alle cene importanti dove non puoi alzarti da tavola, o prendere in giro daddy? E se qualcuno dovesse scoprire chi è questo padre, pazienza. Barack, tra una crisi egiziana e un accordo indio-pakistano, se ne farà una ragione. Questa è la vita normale. I ragazzi ormai non ce la fanno vivere disconnessi, senza rete, hanno bisogno di interagire, di avere riscontri, di condividere ogni emozione e passione. Sei tu quella che “non ha bisogno” di Facebook, presa da mille impegni internazionali. Malia ha altro da fare, deve crescere e per costruire il proprio sé ha bisogno anche del suo io collettivo e digitale. E a proposito, gentile Michelle, dove glielo compri un telefonino triband che però non abbia l’applicazione per Facebook, in un negozio di modernariato?
L’off limits non regge. I muri sono caduti e allora più che proibire, tanto vale educare ad un uso consapevole, etico e responsabile del mezzo. Questa si che è una bella battaglia. Nicolas Negroponte, magari lo conosci pure, il cofondatore del Media Lab del Mit di Boston, disse una volta: "I believe that learning comes from passion, not discipline”. Ed io sono sicura che vivendo nei social network si possa anche imparare non solo a relazionarsi con il prossimo ma anche a condividere i propri interessi con le persone non a noi più prossime ma più affini. E magari potrebbe anche diventare l’amica del cuore del figlio di Aisha Gheddafi…

martedì 8 febbraio 2011

Mamme 2.0 alla Social Media Week



Basta casetta del Mulino Bianco, famiglie sorridenti sedute senza fretta intorno al tavolo della colazione (a proposito, ma a che ora si devono alzare per stare tutti così tranquilli?). Le donne si sono stufate di quest'immagine sterotipata.
Anche di questo si è parlato nell'incontro Antropologia dei Social Media: un’analisi sulle mamme 2.0 in Italia, organizzato nell'ambito dell’evento Social Media Week a Roma,  in un appartamento in pieno centro, senza wifi ma con il soffitto affrescato che era una bellezza. Le mamme vanno di fretta, non hanno tempo da perdere, non si fidano più della suocera e appena possono cercare di sedare le loro ansie o condividere le loro gioie con altre madri sul web. Altro che casetta nella prateria, semmai allattamento al seno, emorroidi e mariti disattenti. E' il risultato della ricerca del  Centro Studi Etnografia digitale che in collaborazione con Viral beat  ha realizzato un’ indagine antropologica in ambiente social media sulle mamme di oggi.  Nell’arco di un mese e mezzo, dal primo maggio  al 22 giugno 2010, sono state analizzate 2.489 conversazioni avvenute principalmente (per l' 86,9 %) sui forum ma anche su blog e social network in cui si parlava  di  paracapezzoli in caucciù, di cosa mettere in valigia per il parto in ospedale,  ma anche (immagino) di quali prodotti consumare e quali evitare. I siti più monitorati sono stati Forum al femminile, le answers di Yahoo, gravidanzaonline, mammole e pianeta mamma. Il risultato è scontato, almeno per noi che ci siamo dentro. Le mamme sono esigenti, attentissime ai prodotti che usano per i loro bambini e si confrontano in continuazione per avere un feedback. Però adesso lo   hanno capito anche le aziende e sono disposte a spendere bei soldi per sentire "cosa ci diciamo" quando siamo tra di noi. Non ci inseguono più insomma. Vogliono "conoscerci". Ma, soprattutto,  aggiunge Adam Arvidsson, docente di Sociologia della Globalizzazione e dei Nuovi Media all’Università di Milano, “il valore di un brand non è più creato in fabbrica ma coinvolge una comunità di persone che fa brand community. Adesso le aziende si sono rese conto che non si può solo prendere dalla passione degli utenti senza dare niente in cambio altrimenti si rischia di perderli. Bisogna gestire questa risorsa in maniera più lungimirante”.  
In altre parole, oltre a conoscerci, vogliono la nostra collaborazione per portare avanti il loro marchio. E ci sta, se se lo meritano e se ci premiano. Certo ormai quei fantastici art director milanesi vestiti Dolce e Gabbana che usano una parola inglese ogni tre dovranno collaborare con internauti veri, che vanno in giro a scoprire, sondare, chiedere ma dal di dentro,  costruendosi  degli "Avatar" come ha detto in conferenza Flavia, autrice del bel blog http://www.veremamme.it/ (titolo ironico, dice, le vere mamme non esistono, siamo tutte vere!). Anzi le blogger dovrebbero essere più considerate, aggiunge Chiara di machedavvero.it in questo processo, visto che sono produttrici di contenuti culturali condivisi. E infatti nell'evento di blogger ce ne erano diverse, forse più dei giornalisti. E questa la dice lunga... Sono intervenuta anche io prosaicamente per dire che passata l’ansia dei primi sei mesi in cui si valutano i pro e i contro di qualsiasi marca di pannolino, dopo mi sarebbe piaciuto riuscire a comprarli risparmiando più possibile, magari con l’e.commerce, anche 200 pannolini per volta, perchè no? Ci ha risposto prima Arvidsson e poi Alex Giordano, strategic planning director del Ninja LAB. Il mercato –hanno detto- sta cambiando. Ci sono portali dove puoi trovare i prodotti più convenienti e ti mandano gli sms (PS: quali sono e chi li paga gli sms?). Ci sono processi di autoorganizzazione dei consumi (vero, ho diverse amiche che lo fanno ma non online). E poi gli smartphone, come l'Iphone 4. Ci sarà un' applicazione in grado di riconoscere attraverso un codice il prodotto e di dare tutte le informazioni relative, sia merceologiche che di sostenibilità ambientale e di reputazione on line. Quindi se scriverò "mamme, la Pampers è buona quanto gli Huggies ma costa molto di più (dico per dire!) e assorbe anche un pò meno" a Milano influenzerò la mamma di Catanzaro. Che magari prima si sarà pure beata alla vista della pubblicità di un angioletto con i boccoli che cammina per casa vestito solo del suo bel pannoletto, sorridente e asciutto, ma dopo un click l'avrà altrettanto rapidamente rimossa. E tutti quei soldi allo story boarder, al produttore esecutivo, al direttore di produzione, al regista, agli operatori, al fonico, al montatore, al grafico, all'esperto di musiche, al runner, all'attrice, al pargolo, alla Rete per la messa in onda, eccetera eccetera...